LA MATERIA DELLA MIA SCRITTURA - INTERVISTA A FEDERICO LOTITO

Intervista a Federico Lotito

A cura di Floriana Porta 




1) La poesia è tutto quello che ci circonda o, al contrario, suggerisce uno spazio che non c'è? 

Credo che la poesia abiti entrambe queste dimensioni. Può essere tutto quello che ci circonda, ma anche ciò che manca, ciò che immaginiamo e che forse non riusciremo mai a raggiungere. Spesso mi chiedono dove nasca la mia poesia. Rispondo che nasce proprio in quello spazio di confine in cui la realtà smette di essere soltanto ciò che vediamo e comincia a rivelare ciò che sentiamo. 

Sento la poesia come un modo di abitare il quotidiano e di raccontarne le pieghe più nascoste. Ciò che apparentemente può sembrare banale, insignificante, persino trascurabile, è spesso ciò che più mi interroga. Nei gesti semplici, nelle esperienze comuni, nelle emozioni che affiorano e nei ricordi che sedimentano dentro di me trovo la materia della mia scrittura. 

È come se, a volte, fosse sufficiente soffermarsi su un dettaglio per scoprire che custodisce qualcosa che fino a quel momento ci era sfuggito. Eppure, non sempre la realtà basta. Ci sono assenze che chiedono di essere attraversate, desideri che non trovano posto nel mondo e possibilità che esistono soltanto nell’immaginazione. La poesia può allora inventare uno spazio che non c’è, costruire con le parole un luogo da abitare, anche solo per un istante. Non si limita a riconoscere che la bellezza e la ferita convivono nelle cose: può rendere visibile ciò che rimane nascosto e dare consistenza a ciò che ancora non esiste. 

Non cerco verità assolute né risposte capaci di risolvere ogni contraddizione. Mi interessa piuttosto trovare una forma per ciò che dentro di me non ha ancora un nome. Parto dalla mia esperienza personale, da una sensazione o da un frammento di vita, ma non perché la poesia debba rimanere confinata nell’io. Al contrario, scrivo nella speranza che qualcosa di profondamente individuale possa aprirsi a una dimensione più ampia e diventare, per chi legge, occasione di riconoscimento o di interrogazione. 

Non so se una poesia possa davvero raggiungere l’universale. So, però, che il tentativo di trasformare un’esperienza particolare in qualcosa che appartenga anche agli altri è una delle ragioni più profonde della mia scrittura. 

Non considero la poesia un luogo di salvezza, né una risposta religiosa o filosofica. Se nei miei versi compare la parola «salvezza», essa viene interrogata, privata di ogni certezza, talvolta persino negata. Non c’è una fede che consola, né una speranza che si possa affermare senza rischiare di mentire. 

Credo che il poeta non debba necessariamente offrire consolazioni o costruire sistemi di senso. Il suo compito, almeno per come lo intendo, è esporsi con la massima sincerità, anche quando questo significa rinunciare alle risposte più rassicuranti. La poesia diventa così una forma di resistenza alla menzogna: non perché possieda una verità definitiva, ma perché continua a cercarla senza fingere di averla trovata. 


2) Quando hai deciso che volevi diventare un poeta? 

Non so se ci sia stato un momento preciso in cui ho deciso di diventare poeta. Più che una decisione, è stata una scoperta progressiva, qualcosa che si è fatto strada dentro di me prima ancora che riuscissi a comprenderne pienamente il significato. 

Ho cominciato a scrivere versi da giovanissimo. Raccoglievo i miei componimenti in quaderni che custodivo gelosamente, quasi fossero una parte di me che non ero ancora pronto a mostrare. Mi vergognavo a farli leggere, forse per timore del giudizio altrui, forse perché mettere in versi i propri pensieri significa esporsi in una maniera particolare, permettendo a qualcuno di entrare in uno spazio intimo nel quale non sempre siamo disposti ad accogliere gli altri. 

Di quei quaderni, con il tempo, ho perso quasi tutto. È una piccola perdita che porta con sé una certa malinconia, ma che oggi guardo anche con la consapevolezza che un percorso poetico non coincide necessariamente con la conservazione di tutto ciò che si è scritto. Alcune parole rimangono nei testi, altre si disperdono; eppure, qualcosa di quell’esperienza continua ad accompagnarci, anche quando non siamo più in grado di recuperarla. 

Negli anni ho compreso che la scrittura poteva uscire da quello spazio privato. Non si trattava semplicemente di mostrare ciò che avevo scritto, né di mettere me stesso al centro, ma di accettare che quei versi potessero incontrare altri sguardi e assumere significati che non dipendevano più soltanto dalle mie intenzioni. 

Non so se ci si senta davvero poeti una volta per tutte. Non credo che esista un momento in cui questa condizione si componga definitivamente. Ho semplicemente imparato a non trascurare ciò che mi spinge a scrivere e a seguire quella curiosità che mi porta a interrogare il mondo, soprattutto quando qualcosa di apparentemente ordinario rivela una contraddizione, una sfumatura o un significato inatteso. Forse, più che diventare poeta, ho imparato nel tempo ad ascoltare questa esigenza e a riconoscerla come una parte essenziale di me. 

Oggi mi interessa soprattutto ciò che accade quando una poesia lascia le mani di chi l’ha scritta e incontra il lettore. Mi piace pensare che ciascuno possa trovarvi qualcosa di proprio, anche partendo da esperienze molto diverse dalle mie, e persino scoprire significati che io stesso non avevo previsto. Se questo accade, la poesia smette di essere soltanto una testimonianza personale e diventa uno spazio di incontro, nel quale autore e lettore possono riconoscersi senza necessariamente condividere la stessa storia. Ed è forse in questa possibilità di aprire le parole a interpretazioni nuove che ritrovo, oggi, una delle ragioni per continuare a scrivere. 


3) Qual è il lato più segreto della tua poesia? 

Credo che il lato più segreto della mia poesia sia quello che non riesco a dire apertamente nella vita. Non necessariamente perché si tratti di qualcosa che voglio nascondere, ma perché esistono emozioni, pensieri e contraddizioni che non trovano facilmente posto nel linguaggio quotidiano. A volte li avvertiamo con intensità senza riuscire a comprenderli fino in fondo; altre volte li riconosciamo soltanto quando proviamo a scriverli. Per me, la poesia è il luogo in cui posso avvicinarmi a queste zone della mia interiorità senza essere costretto a chiarirle o a risolverle. Posso attraversare le mie inquietudini, le mie mancanze e le mie contraddizioni, lasciando che convivano anche quando sembrano inconciliabili. 

La scrittura non elimina necessariamente l’incertezza: a volte le permette semplicemente di trovare una forma. C’è una parte di noi che rimane inaccessibile persino quando cerchiamo di raccontarci. Non tutto ciò che siamo può essere tradotto in un discorso razionale; alcune emozioni sono ambigue, altre troppo intime, altre ancora precedono la nostra stessa capacità di comprenderle. Credo che la mia poesia nasca anche in questo spazio fragile, dove il desiderio di svelarsi incontra il bisogno di proteggere ciò che non può essere detto completamente. 

Quando scrivo, porto con me qualcosa che mi appartiene: un ricordo, un’assenza, una sensazione o una domanda rimasta sospesa. Ma, nel momento in cui questa materia diventa poesia, comincia a trasformarsi. Le parole acquistano una propria direzione e talvolta mi restituiscono aspetti di me che non avevo saputo riconoscere. È come se la scrittura non fosse soltanto un modo per esprimere ciò che conosco, ma anche un’occasione per incontrare ciò che ancora mi sfugge. 

Forse è proprio questo il mistero più grande: una poesia può rivelare qualcosa del suo autore senza esaurirne l’identità. Può avvicinarsi a una verità senza trasformarla in una certezza, lasciare emergere un sentimento senza definirlo una volta per tutte. Mi interessa questa possibilità di arrivare vicino alle cose senza pretendere di possederle. Vorrei che nei miei versi rimanesse sempre uno spazio aperto, una zona d’ombra in cui il significato non sia interamente stabilito e il lettore possa sostare, interrogarsi, riconoscere qualcosa di sé. Non penso al mistero come a qualcosa da custodire per rendere la poesia indecifrabile, ma come a quella parte dell’esperienza che perde qualcosa della propria essenza quando viene spiegata fino in fondo. 

Se dovessi definire il lato più segreto della mia poesia, direi dunque che risiede nel desiderio di essere compreso senza dovermi spiegare completamente. Lasciare che le parole dicano qualcosa di me, senza pretendere che dicano tutto. 

Forse la poesia mi permette proprio questo: espormi senza sentirmi del tutto svelato, avvicinarmi a ciò che sono senza ridurlo a una definizione. E forse è anche per questo che continuo a scrivere: perché ogni poesia, pur nascendo da una ricerca, lascia aperta una domanda. E in quella domanda, più che in una risposta definitiva, riconosco la possibilità di continuare a conoscere me stesso.


FEDERICO LOTITO

Federico Lotito è nato a Corato (BA). Ha pubblicato per SECOP Edizioni le raccolte di poesia: “Gocce d’anima “(2015), “È passato un silenzio” (2018), “Istanteternità” (2021), “Presenze minime” (2024) e la raccolta di racconti “La punteggiatura non è il mio forte” (2022). Per QED Edizioni - collana Stèresis ha pubblicato la raccolta di poesie “senzatitolo” (2026). Nel 2020 insieme ai poeti Luciana De Palma, Nico Mori e Alberto Tarantini, pubblica suoi lavori nel libro corale autoprodotto “Atti pandemici, quattro spiriti in quarantena”. Un suo racconto è presente nella raccolta “C’era una nota in Puglia” (2021) edita da BESA MUCI Editore. È stato ospite della XLVII Edizione del Festival Internazionale di Poesia "Smederevo's poet autumn" a Smeredevo (Serbia); alcune sue liriche sono state tradotte in serbo dal compianto poeta serbo Dragan Mraovic. Suoi lavori in prosa e in poesia sono stati pubblicati in varie antologie italiane ed estere. E’ autore del testo teatrale "Don't try - il mio Hank", ispirato alla vita dello scrittore americano Charles Bukowski e dell’atto unico “Sempre Madre” liberamente tratto dal film “Tutto su mia madre” del regista spagnolo Pedro Almodovar. Collabora con la rivista letteraria on line “Zona di disagio”, diretta dal poeta e critico letterario Nicola Vacca e con la rivista cartacea “Correlazioni universali”, edita da SECOP edizioni.





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