LA POESIA È UNA DICHIARAZIONE D’AMORE E DI LIBERTA’ - Intervista ad Alessandro Moscè
Intervista ad Alessandro Moscè
A cura di Floriana Porta
1) Ci illustri a grandi linee la tua poetica? Quali poeti ti hanno influenzata di più nella fase formativa, specie tra coloro che hai conosciuto di persona o letto con assiduità?
Sono un poeta che ha accolto il canto melodico, neolirico e narrativo, che è la mia vocazione. Rifuggo dall’esasperazione gergale e da ogni forma di sperimentalismo. In questo ho dimostrato, da vent’anni a questa parte, una fedeltà che mi pare ben evidente. Vengo dalla terra di Leopardi e ne ho subito un’influenza decisiva fin da ragazzo, come tutti i marchigiani. Ma non sono un poeta di natura, semmai un poeta di luoghi urbani. Fabriano, dove vivo, è nei suoi mattoni, nei suoi giardini, nella periferia di fabbriche dismesse, come Ancona è nel mare, nel porto, nella casa dei nonni paterni e materni. Le residenze e la domesticità risultano un altro tema ricorrente nei miei versi, a partire dalla raccolta esordiale del 2005 L’odore dei vicoli edita da I Quaderni del Battello Ebbro. Molti miei critici hanno ravvisato l’eredità, dopo cinquant’anni, dei poeti della terza generazione, specie per la comunione tra i vivi e i morti, usando un’espressione di Giovanni Raboni. La raccolta Hotel della notte pubblicata da Aragno nel 2013, in questo senso ne è la testimonianza più completa. Giorgio Caproni e Vittorio Sereni sono i poeti che ho amato di più, ai quali aggiungo Mario Luzi e Alfonso Gatto. Gli affetti familiari rappresentano un altro tratto che mi contraddistingue, come scrisse di me Alberto Bevilacqua, che ho frequentato a lungo e che leggeva tutti i miei inediti. Era un uomo di rara generosità. In definitiva mi ritengo un poeta esistenziale, perfino metafisico, ma non religioso. Amo la sacralità delle cose e il senso di finitudine umana è un cerchio che non si chiude. Forse perché da bambino sono stato gravemente ammalato. Per la ricorrenza dei vent’anni dal mio esordio Quid Edizioni mi ha chiesto alcuni testi e un apparato critico di corredo: ne è nato un libro miscellaneo curato da Paolo Ruffilli, In casa e nell’aldilà. Contiene molte recensioni, tra cui una di Paolo Lagazzi assai appropriata, specie quando scrive: “La vera cifra di questa poesia è, più che il tragico, la melanconia, una tonalità come di blues che può persino darsi nell’illusione della felicità. A questo richiamo dello smarrimento si oppongono, però, alcune forze cruciali: la grazia fragile e immensa delle donne; il sentimento creaturale, la pietà per i perdenti e gli inermi; la memoria, che sa custodire i nomi e i muri del passato ritardando il grande congedo”. Per sempre vivi, l’ultima raccolta edita nel 2024 da Pellegrini nella bella collana diretta da Tiziano Broggiato, è la summa di una certa sensitività, che avverto consona a quella di Stefano Simoncelli, senz’altro il poeta con il quale ho avuto più affinità. Leggevamo e commentavamo le nostre poesie al telefono, alle sei di mattina. Franco Scataglini è il più grande dialettale del secondo Novecento, con Albino Pierro, Franco Loi e Raffaello Baldini. Nel rileggerlo trovo ritmi e cadenze che esprimono una contaminazione linguistica straordinaria, che rimane nell’orecchio. Mi chiedo ancora come abbia fatto, da autodidatta, ad inventare ex novo una lingua che attinge al Duecento, al poema medievale, al neovolgare con una precisione fonetica assoluta. Scataglini è stato un artigiano di altissimo livello.
2) La donna compare molte volte nella tua poesia. Qual è la scaturigine di tanta attenzione?
Il perno della mia poetica è il ricordo, l’archetipo che sublima il passato rendendolo un simbolo di fede. La donna, ma direi la ragazza, è una figura memoriale, perché consegna a piene mani la stagione adolescenziale e post adolescenziale. Non è una figura angelicata, né una Beatrice salvifica, presente. Non posso neppure identificarla come una musa ispiratrice sullo stampo di Laura del Petrarca, perché non è mai unica o insostituibile e non viene magnificata nella passione terrena. Rifluisce nel tempo mitico della scoperta celebrando la bellezza e la libertà. La ragazza è corpo e anima, è immagine, descrizione, eros, vulnerabilità. Nulla a che vedere con il desiderio di emancipazione e con una volontà sociale e civile di conquista. Sono scorporato da una percezione che trascenda la poesia intesa come esperienza e testimonianza. La profondità del sentimento ha una connotazione universale, come abbiamo appreso sin dal Cantico dei cantici, che è una vera e propria dichiarazione d’amore. Anche i luoghi, ai quali facevo riferimento, hanno un raccordo con la ragazza perché la immortalano in un istante fino a far diventare lo spazio un paesaggio interiore, affettivo. Credo che la mia poesia esprima un inno alla giovinezza attraverso il femminino inteso nella sua ancestralità. “Ah, giovinezza, come fu fragile il vento, fra i rami, della tua voce”, scriveva Caproni. Non siamo dinanzi ad un’espressione nostalgica, ma ad una rivisitazione viva, di stupore, che rimanda al fanciullino pascoliano, ad un contatto con l’autenticità del sentire. La mia nuova raccolta, in divenire, contiene molte poesie dedicate alle ragazze che riempivano le estati, le notti tra la campagna dell’entroterra e la costa adriatica, tra bar e discoteche, parchi e bagni di mare. In fondo la gioventù non si congeda mai per un poeta che recupera tutto ciò che non esiste più. Cito alcuni versi inediti che ho scritto pochi giorni fa: “Nessuna voce, nessuna segreteria / un fruscio d’aeroplano alla cornetta / il panico tra di noi, la nuda giovinezza / un avviso surreale da riva a sponda / sotto il carrello del televisore / tra cento canali di vendite pubblicitarie. / Richiamerò ancora, ogni primo dell’anno / appena sveglio, assonnato e fedele / alla stessa ora, per riconoscerti”.
3) Ci parli della condizione della poesia italiana. Sembra che non goda di buona salute, ma resiste tenacemente. Cosa ne pensi?
Se negli anni Novanta dal suo magistero di Urbino Carlo Bo parlava della forza della dispersione, oggi siamo dinanzi all’emporio della confusione. Negli ultimi tempi lo scenario culturale italiano è molto cambiato e ne ha risentito anche la poesia. L’utilizzo indistinto dei social, dei blog e dei siti Internet, ha fatto sì che chiunque possa ideare un canone personalissimo nel quale fanno ombra le amicizie, i rancori, i pregiudizi, le ideologie: un bagaglio che nulla ha a che vedere con il giudizio letterario, che dovrebbe basarsi sul valore testuale dei versi, relegato, viceversa, ad aspetto marginale. L’oggettività non esiste, ma la società della comunicazione ha sostituito quella della conoscenza e una decisa virata verso lo spettacolo e l’intrattenimento fine a sé stesso svilisce l’impegno sulla parola scritta, sulla costruzione di una poetica definita e riconoscibile. Inoltre i giovani poeti leggono pochissimo le generazioni anagraficamente precedenti e spesso non hanno alcuna consapevolezza della tradizione, di ciò che è stato sedimentato a partire dal secondo Novecento. L’universo della poesia rischia di risultare un suono lontano, che non arriva al potenziale pubblico e che si perde in un rumore di fondo tra addetti ai lavori, all’insegna dell’autoreferenzialità e della presunzione. Personalmente ho cercato sempre l’altro. Leggo e recensisco la poesia di oggi quando un libro mi colpisce per la sua tenuta e per la vicinanza con la mia scrittura. Credo di essere l’unico poeta italiano che nella sua città, alienata come qualunque altra (così direbbe il grande Franco Scataglini dallo scoglio anconetano), ha invitato più di cento poeti a leggere nel corso di una rassegna di incontri che conduco da più di vent’anni senza alcuna preclusione. A Fabriano ho ospitato, uno alla volta, tutti i poeti più noti. Se non si fosse ammalato sarebbe venuto anche Mario Luzi, quasi novantenne. Sono convinto che la poesia abbia ancora bisogno di un’utenza, perché non può sopravvivere solo nel contesto di chi la esercita, specie adesso che la critica si è addormentata e che il monito del padre del modernismo, Charles Baudelaire, non ha più presa: “In fondo all’ignoto per scoprire il nuovo”. Non è di certo l’accademia il centro motore per leggere, interpretare e diffondere la poesia italiana della nostra contemporaneità (in fondo tutto può essere contemporaneo), né tanto meno la scuola, stando a ciò che mi viene riferito da chi lavora stancamente nell’ambiente (esistono le eccezioni, è ovvio). Manca un monitoraggio costante che può essere condotto solo attraverso mappe orientative di tipo generazionale e storico-geografico, come Carlo Dionisotti insegnava. Altrimenti ci perdiamo tra le contese di gruppi minoritari e insignificanti. Mi pare che un lavoro cartaceo di cernita compiuto con impegno non comune, sia l’antologia di Francesco Napoli Poeti italiani nati negli anni ’60. Letteratura come condizione (InternoPoesia, 2024), che contempla i due punti cardinali che ho menzionato tenendo conto di un panorama alquanto variegato, distreggiandosi tra l’eredità della lirica, dell’avanguardia, del dialetto e nell’arrembaggio della rete. L’intelligente provocazione di Andrea Temporelli, con La Repubblica italiana dei poeti. Un catalogo di autori prima del grande oblio (Industria & Letteratura, 2025) dimostra che la poesia va innazitutto letta, anche quando viene pubblicata da stamperie più che da editori. Troveremo sempre delle sorprese tra centinaia di nomi, alcuni sconosciuti ai più. La giustizia degli assenti è una condanna che mette a tacere, va ammesso. Del resto il censimento stesso è un requisito necessario per la resistenza della poesia, ma purché sia onesto, frutto di un lavoro denso, gravoso. Rimane la domanda delle domande alla quale è difficilissimo dare una risposta: quanti poeti esistono in Italia?
ALESSANDRO MOSCÈ
Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, Bergamo, 2008), Hotel della notte (Aragno, Torino, 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), La vestaglia del padre (Aragno, Torino, 2019) e Per sempre vivi (Pellegrini, 2024, Premio Poesia del Mezzogiorno). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato i saggi narrativi Il viaggiatore residente (Cattedrale, Ancona, 2009) e Quando tornano gli dèi. La poetica della Lazio (Avagliano, Roma 2026); i romanzi Il talento della malattia (Avagliano, Roma, 2012), L’età bianca (Avagliano, Roma, 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville, Siena, 2018, finalista al Premio Flaiano) e Le case dai tetti rossi (Fandango, Roma 2022, Premio Prata). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale, Ancona, 2003); i libri di saggi letterari Luoghi del Novecento (Marsilio, Venezia, 2004), Tra due secoli (Neftasia, Pesaro, 2007), Galleria del millennio (Raffaelli, Rimini, 2016), l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento The new italian poetry (Gradiva, New York, 2006) e la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio, Mantova, 2020). Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e scrive sul quotidiano “Conquiste del lavoro”. Ha diretto il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano” e cura la rassegna letteraria “Trame di cultura”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com.

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