Io abbraccerei, se potessi, tutta l'umanità! - Intervista a Edith Bruck
Intervista a Edith Bruck
A cura di Floriana Porta
Nel panorama della poesia contemporanea la voce di Edith Bruck si distingue per sensibilità, riflessione e attenzione ai valori umani. Poesia intesa come una voce di speranza, un atto di resilienza che conduce a una vera e propria rinascita interiore. Edith, mi piacerebbe esplorare insieme a lei il suo rapporto con la poesia e il suo processo di scrittura.
Fin da bambina la poesia è, per me, una preghiera. Quando mia mamma mi diceva di pregare la sera, io recitavo una poesia, sempre. È un qualcosa che riguarda i sentimenti, la vita umana, la storia, l'amore, la rabbia. Tutto, la poesia contiene tutto. Un verso può dire più di dieci pagine!
La poesia è quindi un appello all'amore, ma che cos'è l'amore per lei?
L'amore? È molto difficile spiegarlo, per me è un sentimento generale, universale, senza differenza tra persone, tra colori, tra religioni. Io abbraccerei, se potessi, tutta l'umanità!
Meraviglioso! Quindi per lei è qualcosa di universale, un sentimento che unisce tutti.
Sì, ma bisogna dare per ricevere. Dare: dare amore, dare parola, dare la mano. Nel senso che, in qualche modo, vada ricambiato. Io non so cosa sia l'odio, non so cosa sia la vendetta. Io avrei tutte le ragioni del mondo di odiare l'umanità stessa, invece non conosco questo terribile, velenoso sentimento.
Lei ha fatto della memoria uno strumento vitale per il futuro, spronando le nuove generazioni a informarsi e a farsi custodi di pace. Come guarda al futuro e alle nuove generazioni?
Non sanno cosa sia la poesia le nuove generazioni, perché la poesia non emerge. Non capiscono la poesia come fosse una scrittura estranea; sanno leggere un racconto o qualsiasi cosa, ma proprio non conoscono la poesia. È un guaio, infatti quando si va in libreria la si trova sempre all'ultimo piano, in un angolino. La poesia non emerge, la poesia non si vende. E questa è una tragedia, proprio la cosa più bella del mondo che non si vende! E nel mondo dell'editoria se non hai un minimo di nome non ti prendono neanche in considerazione. Anzi, per farsi pubblicare devi pagare.
Ed è paradossale quando invece la poesia è sempre stata il pilastro di tutta la nostra cultura, dai tempi più antichi.
Per me è il massimo delle espressioni, della bellezza, della musica e della preghiera, tutto insieme!
Secondo lei non esiste, quindi, niente di più perfetto e potente della parola, giusto?
No, soltanto che oggi si usa la parola, secondo me, troppo, e si è svuotata della sua sostanza. Si parla troppo e niente, non arriva nulla. Bisognebbe parlare molto meno e dire delle cose più sensate. C'è la parola che vola, vola, e va, va... basta vedere la televisione quando discutono: dicono mezza parola e qualcuno parla sopra l'altro. Chi urla di più, pensa di essere più ascoltato. Abbiamo rovinato la parola.
Queste trasmissioni vivono proprio su questo sistema: uno parla contro l'altro per fare audience, per scontrarsi, non per unirsi.
Il problema è che uno non ascolta l'altro, quindi ognuno sente la propria voce e va avanti, quindi non c'è ascolto tra coloro che parlano. Anche le persone di valore non riescono a finire la frase che l'altro già interviene. Ascoltate prima quello che dice, poi intervenite. Niente, bisogna parlare sopra o parlare insieme. Abbiamo rovinato la parola, il senso della parola.
E secondo lei cosa dovremmo fare per aiutare la parola a diventare di nuovo sacra, fondamentale?
Dire il necessario, ascoltare. Secondo me la prima cosa è ascoltare. Ascoltare l'altro, poi intervenire, non superare la voce dell'altro perché ormai c'è una gara di superare, di parlare, di parlare sopra. Troppe parole e poi alla fine non arriva niente!
Mentre lei parlava stavo pensando una cosa: ma la poesia può essere considerata un vero e proprio esercizio di sintesi?
Certo, però, parlo in generale, non c'è nessun popolo che ama davvero la poesia. Devo dire che io provengo dall'Ungheria, uno dei paesi dove veramente conta molto la poesia, e ha sempre contato, fin da quando ero bambina. Almeno per me è stato così, me la insegnavano. E all'epoca c'erano poeti importanti.
Lei è stata amica di grandi poeti, in particolare con Eugenio Montale e Primo Levi.
Con Montale cantavamo come matti, perché lui amava cantare l'opera, la Tosca in particolare. Era bello stare con lui perché si scherzava, si canticchiava. Era bello, davvero molto bello.
Lei ha detto che la parola, la poesia, devono avere una musica; quindi il suono è importante!
Esatto. Forse potrei dire anche che è più della musica, la poesia. Sì, perché la musica - anche le musiche rivoluzionarie - possono essere musiche che ti colpiscono molto, però sono sempre musiche, sempre suono. Invece tu leggi una poesia rivoluzionaria ed è una cosa che ti scuote proprio dentro e fa capire il mondo all'infuori di quello che c'è in quel momento, fa capire il passato. La poesia, secondo me, è il massimo dell'espressione.
Passiamo alla prossima domanda. Mi sto interessando a Emily Dickinson, questa poetessa americana che scriveva i suoi componimenti su supporti di carta di fortuna. Ho letto che anche lei ha un rapporto particolare con la carta, che lei scrive solo sulla carta. Può raccontarmi come nasce una poesia sulla carta?
Io credo che la carta sopporta tutto. La cosa incredibile è che quando sono tornata, naturalmente dopo i campi di concentramento, diciamo, nessuno ascoltava una parola, nessuno voleva sapere assolutamente niente, e io ho detto che la carta sopporta tutto, e ho cominciato a scrivere. La carta ti ascolta, nel senso che puoi veramente dire alla carta quello che ti pare. L'uomo, l'umanità non ti ascolta. La carta accoglie i sentimenti, il pianto, la rabbia, la gioia, tutto in generale di negativo, di positivo, tutto!
Ho letto delle "cinque luci"...
È incredibile questo, quello che io chiamo la luce. Alla selezione ad Auschwitz mi hanno messa a sinistra con mia madre (che poi abbiamo scoperto solo successivamente che portavano alle camere a gas) dicevano a destra, a sinistra, a destra, a sinistra, così urlavano i soldati, e c'erano i cani che abbaiavano. E io sono finita a sinistra con mia mamma. Pensa, un tedesco - e questa io chiamo "la prima luce" - si è chinato su di me e mi ha detto "Vai a destra, vai a destra!". E io urlavo che non volevo lasciare mia mamma, che supplicava di lasciarle la sua figlia più piccola vicina a lei. Io mi aggrappavo con le unghie alla coscia di mia mamma. Alla fine lui mi ha malmenato, finché non mi sono trovata a destra, ai lavori forzati, quindi lui mi ha salvato la vita!
Ho i brividi. Alla fine l'umanità, come dice lei, si è manifestata come una luce?
Questo è un faro, non una luce, perché mi ha salvato la vita! Sì, un faro! Questo mi è accaduto cinque volte nei campi, cinque volte. Naturalmente anche il guanto bucato, che mi hanno buttato, lo chiamo luce, infatti, quando Papa Francesco, che è venuto a casa mia dopo aver letto il mio libro "Pane perduto", mi ha chiesto cos'era, in quel guanto, quel buco, io ho detto: la vita! Perché avere anche un guanto bucato era fondamentale per sopravvivere, era la speranza, significava che non era tutto finito. E rappresentava tutto il bene del mondo.
Poi ho letto della seconda luce.
Ah sì, questo è interessante, anche perché era un'altra luce. La seconda luce era il cuoco. Andavo da un cuoco dove lavoravo, pelando patate, che era un lavoro meraviglioso, perché ogni tanto potevi buttare in bocca un po' di buccia. Comunque il cuoco, nella cucina, mi ha chiesto "Come ti chiami?" Cosa significava sentire Wie heißt du? Come ti chiami? Tu che sei 11.152, quasi nuda, scalza, calva, un non-essere... è una cosa che è molto difficile da spiegare, cosa significa in un campo, come ti chiami. Vuol dire che ci sei, che sei una persona umana, non un numero. E quindi anche quelle io le chiamo luci, no? Sei 11.152, mezzo nudo, calvo, scalzo, orribile. Qual è il tuo nome: questa è una domanda che ti dà tutta la speranza del mondo!
Sì, perché in quel nome c'era tutta la sua anima, tutta la sua vita.
Significa tutto. Che non è tutto nero. È il faro.
Diciamo che il dolore in lei ha lasciato delle luci e delle ombre, però, mi chiedevo se questo dolore le ha lasciato più un vuoto da colmare o un peso opprimente, un macigno che, naturalmente, non se lo potrà mai togliere. In qualche modo il dolore, che cos'è per lei?
Il dolore è una parte di me. E vive con me il dolore. Sia del passato, sia quello che accade oggi, perché io credo che tutto quello che accade intorno a noi ci riguarda. Certo, anche le guerre, tutto è dolore. Tutto, tutto, guai... ci riguarda tutto. Naturalmente, non è paragonabile ai campi nazisti, però la guerra, la crudeltà, la fame e la tortura non mancano, purtroppo, neanche oggi.
Io vengo da un piccolo villaggio dell'Ungheria, e c'era gente molto crudele, se la prendevano con le persone più disgraziate, quelli che avevano una gobba, quelli che zoppicavano, gli scagliavano pietre e ridevano. Io tornavo a casa e dicevo alla mamma: «Mamma, perché sono così cattivi gli uomini? Perché sono gente così cattiva?» E lei mi diceva «Figlia mia, quando un albero cresce storto, come lo fai a radrizzare?». Era una donna molto semplice, sia chiaro, però era saggia, la mamma era molto saggia, come tante mamme, sì. Come fai a radrizzare un albero quanto cresce storto... è abbastanza significativo.
Sì, molto. Volevo sapere un'altra cosa: qual è il libro al quale lei è più legata?
"Lettera alla madre", perché ho fatto rivivere mia madre sulla carta, come sulla carta possiamo far rivivere tutte le persone che abbiamo amato. Sì, e parlare, avere un dialogo, farla vivere, vivere, parlare. Chi risponde? Io rispondo anche quello che non ho mai detto, ma che volevo dire. Quindi è una cosa, in fondo, magnifica. Perché dire cose che magari non abbiamo avuto il coraggio di dire alla propria madre... Ma anche con mio padre, per esempio, con lui ho parlato molto poco, perché era molto taciturno. Io parlo con lui sulla carta. Scrivo poesie, oppure un romanzo, dipende, comunque io faccio rivivere tutte le mie morti sulla carta.
Ma loro rispondono in qualche modo, vero?
Beh, io immagino quello che risponderebbero e rispondo. Io sono assolutamente sicura che mi avrebbero sempre risposto quello che ho scritto nei miei libri. Lo so proprio, non c'è nessun dubbio. Se avessi chiesto alla mamma qualcosa, so cosa mi avrebbe detto o non detto. Perché noi facciamo mille domande alla nostra madre, ma non c'è la risposta. Perché? Questo perché resta perché. E ancora oggi resta perché. Perché questo mondo, quello in cui viviamo, è così? Ah, bella domanda. Bella anche quando ho scritto la poesia per il mio amico Primo Levi. Finisce l'ultimo verso: Perché, Primo, perché? Perché mi è naturalmente dispiaciuto terribilmente il suo suicidio.
Non ha avuto forse la forza di sopportare tutto quel dolore?
Primo un po' fuggiva dalla vita, fuggiva dal sole, fuggiva dai colori. Quando veniva a Roma e camminavamo qua, dove abito io, gli dicevo: "Guarda che bella quella cosa, Primo, guarda che bel colore!", e lui faceva così, andava il più vicino possibile al muro. "Vieni al sole, guarda che bello, che magnifica cosa è quella!" gridavo io, ma niente, lui si rifiutava anche a guardarla. Mettevo un bel vestito e gridavo "Che bel colore, guarda!" O gli indicavo quelli in vetrina, perché le vetrine erano piene di cose e di colori, ma non li guardava, quindi forse un buio lo ha inghiottito... Rifiutava la luce, sì, rifiutava la luce, i colori. In fondo rifiutava la vita in qualche misura. Non per niente, alla fine ha fatto quello che ha fatto. Perché rifletteva troppo. Poi un giorno mi disse al telefono: "Tu non ti rendi conto che sono seduto nel buio, accanto a mia madre sul letto (che era cieca) e sto scrivendo quello che dice". Gli ho detto: "Vedrai, Primo che scriverai il libro più bello del mondo! Non essere depresso, ti prego, non fare così". Facevo un po' la rompiscata, capito? Ma lui era depresso, era molto deluso. Secondo me, in generale, del mondo, del mondo in sé, come possono essere deluse moltissime persone. Sicuramente era soprattutto depresso, non stava bene. Peccato perché abbiamo perso un grande amico, un grande scrittore e una persona preziosa.
Ed è stata preziosa lei, la sua testimonianza e la sua dolcezza. La ringraziamo per tutto quello che fa, con dolcezza e senza mai rancore né rabbia.
Io non conosco l'odio né voglio conoscerlo. Mi hanno fatto in Ungheria un francobollo usando proprio questa mia frase. L'odio è un veleno che avvelena te stesso per primo!
EDITH BRUCK
Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una famiglia ebrea povera e numerosa. Nel 1944, poco più che bambina, viene deportata ad Auschwitz, poi a Dachau e a Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla Shoah, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Vive a Roma. È autrice di poesie e di romanzi, giornalista, sceneggiatrice e traduttrice.
Tra le sue opere ricordiamo: Andremo in città, Lettera alla madre (PremioRapallo-Carige 1989), Quanta stella c’è nel cielo (Premio Viareggio 2009), La donna dalcappotto verde, La rondine sul termosifone, Il pane perduto (Premio Strega giovani e Premio Viareggio-Rèpaci 2021). Nel 2021 è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere diGran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e nel 2023 del Premio Campiello alla carriera.
La testimonianza di Edith Bruck è il racconto vivo di una sopravvissuta alla Shoah che ha dedicato tutta la sua vita a insegnare il valore del bene e rifiutare l'odio.