LA NATURA AL CENTRO DEL NOSTRO ESSERE - PAOLA LORETO
Intervista a Paola Loreto
A cura di Floriana Porta
1) Qual è il legame che unisce da sempre la natura e l’uomo?
Il fatto che siamo natura. Ce lo siamo dimenticati, perché Cartesio
ha inaugurato tanto tempo fa un’epoca lunghissima, con il suo “cogito ergo
sum”, che ancora getta la sua ombra su di noi. Ma non siamo radicalmente altro
dagli animali, come dice lo specismo. Siamo anche animali, come dice
l’antispecismo, sempre nel campo degli studi sugli animali (animal studies).
Il che non vuole dire che non ci distinguiamo dagli animali, o che dobbiamo
abdicare ai frutti migliori dell’umanesimo, una delle avventure più belle della
nostra mente. Ma vuol dire che avere perso la consapevolezza di essere anche
un corpo e di avere una vita del corpo ci causa molta infelicità: ci porta
lontano dalla nostra casa. Vuol dire che ricordarci che siamo natura può
permetterci di non farci dominare dai nostri strumenti (tecnologici), sempre
più potenti, come avrebbe detto Henry David Thoreau: non rincorrere,
ciecamente, un delirio di onnipotenza che tradisce, e offende, la nostra natura
(umana). O più semplicemente, come dice Ralph Waldo Emerson in Nature,
vuol dire concederci di camminare in un campo (o in un bosco, o lungo un
sentiero di montagna o una via di roccia, per me) e avvertire una sensazione di
parentela (kinship): di appartenenza, di consanguineità, che ci
ricolloca al centro del nostro essere: ci appaga e rende felici.
2) Ho una richiesta un po’ insolita. Può tradurci la sua poesia in
un’immagine?
Che bella domanda… non ci ho mai pensato e dunque mi verranno risposte
provvisorie, che potrebbero generarne altre. Sicuramente l’acero che le mando (l'immagine inserita sotto): L’acero
rosso è il titolo della mia prima raccolta di poesia (Crocetti 2002) e
abita la mia poesia. Come dice una nota poetica al libro — che è diventata il
titolo di alcune plaquette d’arte che ho fatto con l’Accademia di Brera e
entrerà nel mio prossimo libro — “certi aceri sono accesi”, ed è per questo,
credo, che mi affascina: perché in una certa stagione, a una certa ora del
giorno, in una certa sua età, investito da una certa luce, offre una gamma di
colori in trasparenza assolutamente incoglibile, nella sua interezza e
complessità, in primo luogo dall’occhio e poi, ovviamente dall’arte. Che per me
è un tentativo di esprimere la percezione della bellezza (qualunque cosa
questa possa essere per ognuno di noi l’intuizione di una forma complessa che
esprime un senso cruciale, essenziale). Per questo ne è diventato il simbolo
nella mia poesia.
O potrebbe essere la cima di una montagna che si conficca nel cielo: la
roccia, quanto di più materiale e refrattario possiamo toccare, che entra nel
cielo, quanto di più immaginario e intoccabile possiamo esperire: le parole
della mia poesia che puntano al senso del mondo—vogliono essere mondo che si
autoesprime nella sua realtà tangibile e intangibile. O forse l’Antelope
Canyon, dove la roccia sembra avere origine da un interno: un’interiorità.
3) La poesia può essere un antidoto al dolore?
No. La poesia può essere usata per fini terapeutici, come
tutte le arti (e molte attività fisiche o sportive, o ludiche), perché apre uno
spazio di libertà per l’individuo. Ma non è terapia. Quello che fa con il
dolore è cercare di dargli un senso: di collocarlo nel disegno di una vita. Di
farne arte, cioè tentare delle risposte al dolore, dopo che il dolore è stato
accettato sul piano dell’esistenza.
PAOLA LORETO
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